A seguito di riunioni, discussioni, aggiornamenti, modifiche, suggerimenti e un fine lavoro di rifinitura, il consiglio direttivo coadiuvato dall’intervento dei facenti parte il consiglio direttivo uscente e dei soci ha stilato quanto in oggetto.

APRILE



16 – Motogiro Sociale a Voltana (RA) per l’annuale MOTO SALSICCIATA;
23 – Marina di Ravenna – Partecipazione al Raduno Statico di Auto Drift e Moto;
25 – Partecipazione al Pranzo dei “MOTOCICLISTI NON AGITATI”  c/o Agriturismo “Tenuta Augusta”;

MAGGIO

01 – Tradizionale pranzo sociale del “1° Maggio” del Guzzi Club Ravenna c/o Guzzi Club Ravenna;
06 e 07 – Asd Autoproject – IV Edizione di “Here we go again Drift Days” – Fornace Zarattini (RA) c/o Area Artigianale;
07 – 1° Motoraduno Memorial “Flavio Bartoli” a Fornace Zarattini (RA) c/o Polisportiva Fornace Zarattini (Campo Sportivo)
13 – Moto Giro a Zattaglia (RA) per la “Festa del Cinghiale”;
(Info: Daniele 347 2292091)

13-14 Maggio – Motogiro al Großglockner (A) in ricordo di “Federico 23”;
(Info: Denis 339 2257361)
EVENTO SPOSTATO A DATA DA DESTINARSI CAUSA CONDIZIONI METEO AVVERSE.

19-20 e 21
IPOTESI A) – “Vediamoci a Ravenna con Dante…”
Moto Incontro con “Guzzi Club Ravenna” – ”Ruota Libera” Fabio (Novellara) – ”Motociclisti Non Agitati” (Umbertide);
IPOTESI B) – alla “Rocchetta Mattei” – Grizzano Morandi (BO)
Moto Incontro con “Guzzi Club Ravenna” – ”Ruota Libera” Fabio (Novellara) – ”Motociclisti Non Agitati” (Umbertide);
27 – 49° Ed. “100 KM DEL PASSATORE”;
Partecipazione come Assistenza Gara;

GIUGNO
2-3 e 4 – IPOTESI A) Moto Giro Sociale a Pirano (SLO) e dintorni.
(in alternativa alla programmazione di Agosto)
(info: Daniele 347 2292091)
4 – Raduno del “Vespa Club Romagna”;
Partecipazione come Assistenza;
10 e 11 – Motogiro Sociale a Spello (PG) per la tradizionale “Festa dell’infiorata”;
(Info: Daniele 347 2292091)
11 – Bologna – Raduno dei “Guzzisti Bolognesi” ;
(Info: Daniele 347 2292091)
16-17 e 18 – Umbertide (PG) – per “MOTOAMICIZIA XVI” organizzato da “Motociclisti Non Agitati”;
(info: Daniele 347 2292091)
25
IPOTESI A) Motogiro Sociale a Fiorenzuola di Focara (PU)
(Info: Umberto 333 3308838);
IPOTESI B) Motogiro Sociale a Montebelluna (TV)/Feltre (BL)
(Info: Daniele 347 2292091);

LUGLIO
7 e 8 – Motogiro Sociale a Castelluccio di Norcia (PG) per la fioritura di: lenticchie, papaveri, genzianelle, narcisi, violette, asfodeli, trifogli e tanto altro ancora…
(info: Daniele 347 2292091)
16 – Motogiro Sociale;
28-29 e 30 – Motogiro Sociale a Cuorgnè (TO) dalla Fulvia
(Info: Daniele 347 2292091)

AGOSTO
6 – Motogiro Sociale al Borgo di Rasiglia – Foligno (PU)
15 – Tradizionale Motogiro Sociale di Ferragosto: Pian del Cansiglio (BL);
(Info: Daniele 347 2292091)
25-26 e 27 – IPOTESI B) Motogiro Sociale a Pirano (SLO) e dintorni;
(in alternativa alla programmazione di Giugno)
(info: Daniele 347 2292091)

SETTEMBRE
2 e 3 – Motogiro Sociale;
6..10 – Motogiro Sociale a Galatina (LE) – Associazione Mototuristica APULIA – “MEMORY GIGI CRETI” 15° Motogiro del Salento;
(Info: Facebook “Associazione Mototuristica APULIA memory GIGI CRETI”);
16 e 17 – SUPERSAPIENS IRONMAN ITALY – Emilia Romagna;
Partecipazione come Assistenza e Scorta Tecnica;
29 e 30 – Cervia – Campionato Italiano Triathlon Sprint;
Partecipazione come Assistenza e Scorta Tecnica;

OTTOBRE
1 – Cervia – Campionato Italiano Triathlon Sprint ;
Partecipazione come Assistenza e Scorta Tecnica;
Date da definire in corso d’opera e condizioni meteo permettendo – Motogiro Sociale;

NOVEMBRE
11 e 12 – XXII MARATONA DI RAVENNA CITTA’ D’ARTE 2021
Partecipazione come Assistenza e Scorta Tecnica;

DICEMBRE
Data da definire – Pranzo Sociale di Natale;
31 – Capodanno del Guzzi Club Ravenna;


25 giugno 2023

Montebelluna (TV) e Feltre (BL)

  1. Montebelluna cenni di storia

Le prime tracce di attività umana risalgono all’età della pietra e del bronzo (Paleolitico medio). La nascita di un vero insediamento si ha però verso il IX secolo a.C. Il suo sviluppo fu favorito dalla strategica posizione geografica all’imboccatura della valle del Piave, collegamento tra la pianura e l’area prealpina. Con il tempo diventerà il più importante centro del Veneto preromano. Tali informazioni ci sono date dai numerosi rinvenimenti di aree cimiteriali presso le località di S. Maria in Colle e Posmon. L’area continua ad essere abitata durante il periodo romano (dalla romanizzazione del Veneto tra il II-I secolo a.C. fino al II secolo d.C.). Montebelluna entrerà a fare parte della centuriazione del municipio romano Acelum (Asolo). Non è ancora accertata come ipotesi, tantomeno quella che Montebelluna fosse un centro residenziale (presso S. Maria in Colle) o un castra romano a difesa dei reticolati di Asolo e Treviso

L’età medievale

L’esistenza documentaria della pieve di Montebelluna coincide con l’esistenza, abbondantemente documentata a partire dal 1100, del castello medioevale, attraverso la concessione imperiale di Ottone III a Rambaldo II, conte di Treviso e poi divenuto feudo vescovile allorché, nel 1047 e nel 1065, Enrico III e Enrico IV lo confermeranno rispettivamente ai vescovi Rotario e Volframmo.

Del castello, un presidio, affidato, come prescrivevano gli Statuti cittadini, a due capitani in carica per sei mesi e adeguatamente stipendiati, e a sei custodi equipaggiati e armati più o meno sino ai denti, sul finire del Cinquecento.

Il Rinascimento

La difesa in ogni caso continuò e produsse un’infinità di contenziosi con Treviso che prendevano la strada delle magistrature venete. Venezia sanzionava la tradizione dell’esenzione, anche e soprattutto per motivi politici (la fedeltà dei fedelissimi rustici contava molto di più degli infidi ceti urbani). E poi non si trattava solo di principi e tradizioni.

Va infatti ribadito che gestire lo spazio esente del mercato sul colle assicurava alte rendite alla comunità e sicuro prestigio agli amministratori. Per governare la Fabrica bisognava essere eletti e quindi anche tale funzione amministrativa rientrava nell’alveo, sia pur discutibile, della cosiddetta democrazia diretta delle comunità rurali. Ma, contrariamente ad altre cariche locali come quella di mariga (sorta di sindaco eletto a rotazione tra i capi di casa dei rispettivi communi) governare la Fabrica era ambìto, talmente ambìto da spingere all’uso di clientele diffuse e determinate dalla rete dei rapporti di dipendenza economica. I contadini ricchi erano quasi sempre grossi prestatori di denaro e sostanzialmente degli usurai. I più arrembanti (i Dalla Riva, i Vendramini, i de Bettini, i Pellizzari) riuscivano a legare a sé decine di famiglie sui cui membri indebitati essi stendevano protezioni e procure, riscatti e ipoteche, un ombrello a larghe tese persino morali (padrini, tutele), sino all’inevitabile e legittima acquisizione dei patrimoni vincolati. I protagonisti di queste ascese patrimoniali erano, di fatto, gli amministratori della fabbriceria, una decina di persone fra loro legate da interessi economici e politici, un’alleanza sanzionata e rafforzata, non a caso, dalle strategie matrimoniali

Il Novecento

Come detto, la posizione di centralità dell’area nella circolazione dei beni e delle persone continuò e si rafforzò nel passaggio al Comune moderno di età napoleonica e austriaca. Tale ormai consolidata vocazione sarà all’origine delle prime forme di manifattura e di commercializzazione della calzatura, attività che, seppur presente sin dal Medioevo, si afferma in modo deciso solo nella seconda metà dell’Ottocento (dai dieci calzolai del 1808 si passa ai 36 degli anni trenta, ai 55 del 1873 per arrivare ai 200 di inizio Novecento.

All’inizio del secolo si insediano le prime aziende industriali di media portata e già nel 1904 il distretto di Montebelluna occupava il quarto posto in Provincia per potenza installata. La rapidità dello sviluppo è peraltro confermata dal fatto che, ancora nel 1885, l’unica attività non agricola di una certa rilevanza erano le sette filande di bozzoli che davano lavoro a 140 donne. L’industrializzazione dei primi del ‘900 annovera così la Filatura Cotonifici Trevigiani, il Casamificio Bas (poi Filatura del Piave), gli stabilimenti in via Piave per la produzione dei perfosfati, solfati di rame e acido solforico, le manifatture tessili di Biadene e Pederiva, l’industria alimentare (i pastifici di Biadene, il molino “Cerere”) e si allarga progressivamente alla lavorazione del legno e allo sviluppo dei duecento laboratori del calzaturiero.

Alla crescita economica si accompagnarono le prime forme associazionistiche: in particolare la Società Popolare di Mutuo Soccorso, fondata nel 1870 da una classe dirigente illuminata e responsabile.

Dalle iniziali e consuete finalità di assistenza a operai e artigiani, la Società Operaia si trasformò progressivamente in un volano di civiltà e di iniziativa culturale. Nel suo ambito si promosse l’iscrizione dei soci alla cassa nazionale della Previdenza Sociale, l’istituzione nel 1901 di una Scuola di Disegno applicato alle Arti e Mestieri, la promozione della Biblioteca Circolante “A. Fogazzaro” nel 1911, la Scuola Tecnica nel 1920. In questo contesto va sicuramente ricordata la costituzione, nel 1897, della Società per la costruzione e la gestione di un Teatro Sociale.

Un paese vitale dunque, come testimonia, almeno in parte, il noto Resoconto Economico-Morale del 1909 nel quale vengono riportate con enfasi le conseguenze dei primi insediamenti industriali e il continuo sviluppo commerciale della città imperniato sul volano mercantile

Monumenti

Duomo dell’Immacolata Concezione Grandioso edificio costruito in stile neogotico a partire dal 1908, è stato progettato dall’ingegnere montebellunese Guido Dall’Armi per volere del prevosto mons. Giuseppe Furlan.

Chiesa dei Santi Lucia e Vittore

Edificio Settecentesco di Biadene, costruito dai Pisani e donato alla comunità. Al suo interno è presente il primo affresco del pittore Gian Battista Tiepolo (datato circa tra 1716 e 1719), raffigurante l’incoronazione della Vergine e la gloria dei Santi Lucia e Vittore. Il suo antico patrimonio artistico è stato trasferito nell’anonima parrocchiale novecentesca

                                                              

Vecchio cimitero a Santa Maria in Colle                                                          La Gloria del Paradiso di Francesco Fontebasso

 

 

Chiesa di Santa Maria in Colle

Antica chiesa prepositurale, spoglia degli altari barocchi trasportati nel nuovo duomo, conserva il grande soffitto La Gloria del Paradiso di Francesco Fontebasso, alcuni altari del XVII secolo, lo straordinario coro ligneo della fine del Seicento opera di Francesco Comin e Paolo Della Mistra e lo splendido organo doppio su progetto di Gaetano Callido.

A Posmon (considerando anche l’antico colmello di Visnà) il quattrocentesco insediamento residenziale favorito dal passaggio del Brentella ha prodotto un proliferare di dimore signorili, a partire dalle antiche proprietà dei Pola (con lo splendido barco quattrocentesco dei paladini), dei Contarini (con le importantissime vedute di San Marco e Piazza dei Signori a Treviso di primo Cinquecento), e dei Cicogna. Per dimensioni e qualità urbana e architettonica, ricordiamo almeno le ville Amistani e Guerresco, solidi e semplici edifici di metà Ottocento appartenenti al vasto patrimonio immobiliare della famiglia Polin.

Palazzo Municipale – Costruito a metà dell’Ottocento su progetto di Giuseppe Legrenzi senior.

Loggia dei Grani – Saggio architettonico di GioBatta Dall’Armi e perno del sistema di piazze progettato in occasione del trasporto dell’antico mercato.

Palazzi cittadini. Si tratta di una serie di edifici ottocenteschi di nobile e dignitosa fattura costruiti negli anni immediati successivi alla nascita del nuovo centro urbano (1872). Da ricordare almeno palazzo Bolzon, Morassutti, Sarri Dall’Armi e Polin.

Biblioteca comunale – Un grande edificio di mattoni a vista, progettato dall’arch. Toni Follina per accogliere, dal 2002, la Biblioteca comunale di Montebelluna. Si caratterizza per le luminose strutture in vetro e acciaio e per le forti geometrie ingentilite lungo il perimetro dal verde e dall’acqua.

 

Eventi

Una delle manifestazioni più importanti è il Palio del vecchio mercato che si tiene sin dal 1990. La prima domenica di settembre le contrade di Montebelluna (Biadene, Busta, Caonada, Centro, Contea, Guarda, Mercato Vecchio, Pederiva, Posmon, San Gaetano e Sant’Andrea) si sfidano in una gara a squadre tirando un carro agricolo carico di prodotti tipici, lungo il percorso che dal Municipio porta a Mercato Vecchio (quasi due chilometri in salita): è la strada che un tempo i mercanti dovevano faticosamente percorrere per arrivare a vendere la loro merce al mercato che si teneva nella località.

Dal 2000 è stato anche istituito l’Europalio, manifestazione interna a quella del Palio in cui gareggiano le città gemellate con Montebelluna contro una squadra di montebellunesi.

  • Feltre (BL) cenni di storia

Le origini e l’età romana

Secondo Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, III,130), l’antica Feltria fu fondata dai Reti (oppido retico) con le città di Trento e di Verona. Discusso il toponimo: taluni lo avvicinano alla lingua etrusca (Felthuri, cioè città di Fel) osservando un’assonanza con Velhatre (Velletri).

Gradualmente romanizzata, Feltria divenne municipium optimo jure e in età imperiale conobbe un notevole sviluppo economico ed urbanistico.

Fondamentale la vicinanza all’importante Via Claudia Augusta, strada che da Altino, sulla Laguna Veneta, portava, attraverso Trento e il Brennero, fino ad Augusta Vindelicum (l’attuale Augusta, in Baviera).

Con il tempo la città divenne importante sede di associazioni di fabri (artigiani), di centonari (addetti al riciclaggio di vesti usate e scarti di lavorazione della lana, le “centones” sono identificabili con l’attuale feltro che dal nome della città ebbe origine) e di dendrophori (boscaioli, artigiani, mercanti e trasportatori di legname).

Nel tardo impero la diffusione del cristianesimo permise la fondazione della diocesi feltrina con una prima cattedrale. Si fa tradizionalmente risalire a San Prosdocimo di Padova l’evangelizzazione della zona.

                                         

La torre del Castello di Alboino, detta “Campanon”                              Piazza Maggiore

Il Medioevo

La crisi e la fine dell’Impero Romano d’Occidente, con le invasioni degli Unni e dei Goti fecero decadere la città. Durante il dominio dei Longobardi Feltre fu aggregata al ducato di Ceneda. Di quel periodo restano tracce nella denominazione del maniero che sovrasta la città detto “Castello di Alboino” e nel toponimo della frazione di Farra (dal germanico Fara, “accampamento”). La città fu in seguito dei Franchi di Carlo Magno che le restituirono un ruolo di centralità territoriale e di autonomia, quindi passò al successore di Carlo, Berengario re d’Italia.

Da questo periodo sino al XIV secolo, si affermò sempre più il potere episcopale, in modo particolare da quando con la dinastia Ottoniana i vescovi furono elevati al rango di conti. A Feltre il vescovo era a capo di un comitatus (una contea) piuttosto esteso e comprendente oltre al Feltrino attuale (esclusi alcuni centri posti a sud, ricadenti nella pieve di Quero a sua volta compresa nella contea dei Collalto), anche le valli del Primiero, del Tesino e della Valsugana sino a Pergine.

Durante il XIII e il XIV secolo Feltre fu coinvolta nelle tragiche vicende legate alla signoria dei Da Romano (con il noto Ezzelino), finendo infine sotto il potere dei Da Camino. A questi seguirono i Carraresi, dal 1315 al 1337, gli Scaligeri di Verona e, infine, i Visconti di Milano.

                                       

I Palazzetti Cingolani                                                                           Le scalette vecchie

Nel tratto compreso tra le cosiddette scalette vecchie e nuove, sopra la cinta muraria qui edificata alla fine del Quattrocento, corre l’antico sentiero della Sentinella

                                       

Porta Oria, una delle porte di accesso alla città vecchia           Il Duomo di Feltre, Cattedrale di San Pietro Apostolo

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La Chiesa di San Giacomo Maggiore                            Veduta panoramica

La Serenissima

Nel 1404, alla morte del duca di Milano Giangaleazzo Visconti, Feltre, non potendosi più difendere da sola dalle mire dei Carraresi, preferì seguire l’esempio di Vicenza e sottomettersi al dominio della Repubblica di Venezia (fatto tuttora ricordato con il palio locale).

L’età veneziana assicurò ai feltrini, salvo qualche breve parentesi, uno stato di pace e di prosperità. Tuttavia nel 1509, nel corso della guerra cambraica, la città fu quasi interamente distrutta dalle truppe dell’imperatore Massimiliano I che, a capo della Lega di Cambrai, scese in Italia per combattere la Serenissima. Al termine del conflitto, dopo quello che è ancor oggi ricordato come “l’Eccidio di Feltre”, la ricostruzione trasformò Feltre in un unicum architettonico ed urbanistico, ben delineato dai canoni estetici e culturali del Rinascimento.

Dal Seicento si ebbe però un evidente decadimento della città. La crisi veneziana si riverberò anche sulla plaga feltrina, le produzioni locali di lane grezze, di legno e di ferro entrarono in una fase critica, con un conseguente malessere economico. Rimase un’agricoltura povera e insufficiente a sostenere il reddito generale del territorio

Nel 1729 Feltre ebbe Carlo Goldoni impiegato come coadiutore della Cancelleria carceraria. Goldoni era allora ancora ben lontano dall’essere il celeberrimo maestro e riformatore del teatro, ma si mostrava con tutta evidenza già interessato alla scena e agli attori, tanto che, nel 1730 al Teatro de la Sena di Feltre andarono in scena alcuni suoi lavori teatrali (Il buon padre e La cantatrice).

L’Ottocento

Nel 1797, caduta Venezia, il Feltrino fu invaso dai francesi di Napoleone e amministrato dalla fazione democratica; risale a quegli anni la scalpellatura delle lapidi venete i cui testi, resi illeggibili, si vedono ancora sulle facciate delle case patrizie nella città vecchia. Occupata dagli austriaci nel 1798, in seguito al trattato di Campoformido, Feltre entra a far parte del Regno Italico con capitale Milano.

Dopo il Congresso di Vienna, nonostante la tendenza a ristabilire secondo il principio della legittimità dinastica lo status quo ante Napoleone, non fu ricostituita la disciolta Repubblica di Venezia, Feltre entrò invece a far parte del Regno Lombardo-Veneto, soggetto all’Impero d’Austria. Vi rimase fino al 1866, anno della sua annessione al Regno d’Italia e del cosiddetto plebiscito.

Il Novecento

Gli austriaci tornarono con la Grande Guerra dopo la battaglia di Caporetto (9 novembre 1917), colpendo duramente la città e rimanendovi sino alla fine del conflitto. Il 19 luglio del 1943, in piena seconda guerra mondiale, avvenne il famoso Incontro di Feltre tra Benito Mussolini ed Adolf Hitler. L’incontro si tenne in verità a Villa Pagani Gaggia, presso San Fermo di Belluno, a diversi chilometri dalla città, ma i due capi di Stato fecero la loro apparizione al balcone – oggi smantellato – dell’allora esistente Caffè Grande prospiciente Largo Castaldi. Fu l’ultimo atto di Mussolini quale capo del governo del Regno, che cadrà pochi giorni dopo, il 25 luglio. La cittadina fu occupata dai tedeschi quattro giorni dopo l’armistizio: Feltre venne assediata e, insieme alla Provincia di Belluno, annessa all’Alpenvorland sotto il comando del Terzo Reich.

Il territorio feltrino fu un’importante zona operativa delle formazioni partigiane organizzate nel Battaglione “Zancanaro” della Brigata Garibaldina Antonio Gramsci (Feltre).

Molti feltrini pagarono con la propria vita la loro attività antifascista. Nella “Notte di Santa Marina” del 19 giugno 1944 furono uccisi il colonnello Angelo Giuseppe Zancanaro, il figlio Luciano, Pietro Vedrami, Roberto Colonna e Oldino De Paoli, e duramente malmenati presso il Seminario don Giulio Gaio e don Candido Fent. L’attività partigiana nel Feltrino è ben espressa dalle parole di un ufficiale delle SS: “Feltre è la città che più ci dà da fare di tutta la Provincia, dove l’opposizione all’autorità, e l’attività partigiana, sono più salde e decise”.

Nel 1986 la diocesi di Feltre, nonostante gli accorati appelli del mondo laico e di quello religioso, fu unita alla diocesi di Belluno nella nuova circoscrizione ecclesiastica di Belluno-Feltre.

Onorificenze: Feltre è stata insignita della Medaglia d’Argento al Valor Militare per i sacrifici delle sue popolazioni e per la sua attività nella lotta partigiana durante la seconda guerra mondiale.

Monumenti e luoghi d’interesse

Cattedrale di San Pietro Apostolo (monumento nazionale); Basilica Santuario dei Santi Vittore e Corona (monumento nazionale); Vescovado Vecchio (sede del Museo Diocesano d’Arte Sacra); Vescovado Nuovo; Curia Vescovile; Battistero; Oratorio dell’Annunziata; Chiesa di Santa Maria degli Angeli; Chiesa di Santa Maria di Loreto; Chiesa di Ognissanti; Chiesa della Santissima Trinità; Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano; Chiesa di San Giacomo Maggiore; Chiesa di San Giovanni Nepomuceno; Chiesa di San Luigi Gonzaga; Seminario Vecchio; Seminario Nuovo; Palazzo della Ragione; Palazzo Pretorio; Palazzetti Cingolani; Palazzo Guarnieri; Palazzo Tomitano; Palazzo Cumano (sede della Galleria d’Arte Moderna Carlo Rizzarda); Palazzo De’ Mezzan; Palazzo Zasio; Palazzo Villabruna (sede del Museo Civico); Palazzo Borgasio; Palazzo Crico Tauro; Palazzo Villabruna Bellati; Palazzo Aldovini Mezzanotte; Teatro de la Sena; Fontane Lombardesche; Casa Altin Salce; Casa Avogadro Tauro;

Architetture militari

Castello di Alboino; Porta Imperiale; Porta Oria; Porta Pusterla; Caserma Zannettelli (già sede del 7º Reggimento Alpini); Castel Lusa

2-3-4 GIUGNO

Trieste (IT) – Pirano (SLO)                                                     

TRIESTE, UNA CITTA’ TRA IL CARSO E IL MARE MEDITERRANEO

È’ un territorio di confine, con un occhio al mare Adriatico e l’altro all’aspro promontorio carsico, ad accogliere Trieste. Avvolto dai profumi della macchia mediterranea, è luminoso e splendente più che mai quando l’aria è resa tersa dal vento di bora.

LA MITTELEUROPA SI TINGE DI BLU

Si respira un’aria speciale, qui, nell’estremo lembo orientale dell’Alto Adriatico. Qui, nella città mitteleuropea più blu, dove si sono ispirati grandi letterati, come James Joyce, Italo Svevo e Umberto Saba.

Trieste, la città che abbraccia il mare o, per meglio dire, che accoglie il mare in casa. A cominciare dalla piazza dell’Unità, tra le più suggestive e ampie al mondo tra quelle che si affacciano sull’acqua salata.

UNA QUESTIONE DI STILE

Architettonico, perché i palazzi di Trieste parlano con il linguaggio neoclassico, liberty, eclettico e barocco. E convivono armoniosamente con vestigia romane, edifici del Settecento e di stampo asburgico.

IL CULTO DEI CULTI

L’incrocio di religioni è palpabile da chiunque arrivi in città, dove da secoli trovano ospitalità, tra le altre, la chiesa greco-ortodossa e quella serbo-ortodossa, la sinagoga, la chiesa evangelica luterana e quella elvetica, la più antica della città.

AROMA DI CAFFE’

I triestini hanno una vera e propria passione per il caffè, e ci sono tanti riti diversi per assaporarlo. Questa è una passione antica: entrate negli eleganti caffè storici, dove echeggiano ancora fermenti letterari d’altri tempi.

AL “BAGNO”!

La gente, qui, coglie ogni occasione per vivere il mare, e popola la riviera e gli stabilimenti balneari – in slang “bagni” – tutto l’anno, per prendere il sole, fare un tuffo o una semplice passeggiata.

ACCENNI SLAVI E GERMANICI. DI GUSTO

Dalle tipiche “osmizze”, dove si bevono il Terrano e la Vitovska, ai dolci di ascendenza slava o germanica, passando per le zuppe, come la jota, per arrivare ai sapori di mare: una cucina tutta da scoprire.

I DINTORNI

La costiera delle bianche falesie, con le sue piccole baie e i sentieri intrisi dei profumi della macchia mediterranea. I castelli di Miramare e Duino, che si affacciano direttamente sul mare…

Il promontorio carsico, con colori, tradizioni e sapori inconfondibili, e aspetti naturalistici particolarissimi, tra cui la Grotta Gigante, la cavità turistica più grande al mondo.

Poi, le riserve naturali, come quella marina di Miramare, quella delle falesie di Duino, della Val Rosandra, dei monti Lanaro e Orsario. e la pittoresca cittadina istro-veneta di Muggia, dai tanti tesori storici e culinari.

Il Castello di Miramare

Castello di miramare - foto 1
Castello di miramare - foto 2

Il bianco castello da favola, circondato da un verde e lussureggiante parco, si affaccia su mare blu battuto dal vento: questa romantica descrizione ben si adatta alla residenza fatta costruire tra il 1856 ed il 1860 dall’arciduca Massimiliano d’Asburgo per la sua amata giovane sposa.

Così, come Massimiliano aveva trovato rifugio dalla furia del mare in quello che diventerà poi il piccolo e graziosissimo approdo marittimo del castello, egli cercò di realizzare nello stesso posto un nido d’amore al riparo dalle insidie della vita.

Ma la smania di potere e il desiderio di fama di Carlotta del Belgio spinsero l’arciduca a partire per il Messico, di cui diventerà sì imperatore ma dove perderà, dopo poco, la vita, sognando il suo amato castello così lontano e abbandonato. Si dice che Carlotta, dopo la morte del suo amato, abbia perso la ragione.

In questa vicenda trova fondamento la maledizione che graverebbe sul castello; si crede infatti che chi vi dimora perisca anzitempo di morte violenta. Pare che, nella storia, la maledizione si sia sempre fatalmente avverata…

Oggi il castello ed il parco sono aperti ai visitatori, sempre molto numerosi. Mentre il castello attira principalmente i turisti, il parco è anche meta domenicale dei triestini che, passeggiando sui sentieri tra la lussureggiante vegetazione voluta da Massimiliano, trascorrono alcune ore all’aria aperta.

All’interno del castello si possono visitare gli appartamenti privati, le stanze desinate agli ospiti, i vari saloni, la biblioteca-studio e la magnifica sala del trono, recentemente restaurata e riportata all’originario splendore.

I sentieri del parco, sempre perfettamente conservati, permettono di passeggiare in un ambiente variegato e di notevole interesse botanico. Tra le altre cose si segnalano, poco distanti dal cancello di ingresso al parco, le Scuderie, oggi divenute sede espositiva, il Castelletto e le numerose sculture che decorano spiazzi e vialetti.

Il castello ed il parco ospitano, specie durante la bella stagione, numerose manifestazioni di carattere prevalentemente culturale. Il castello ed il parco, che ben valgono una visita, sono aperti tutti i giorni dell’anno.

Le grotte di San Canziano (Škocjanske jame)

Grotte di San Canziano

Pur non essendo ubicate nella Provincia di Trieste, il turista attento – ma anche il triestino che ama la natura – non potrà non visitare le grotte di San Canziano.

Le Škocjanske jame (le grotte di Škocjan), situate in territorio sloveno a pochi chilometri dal confine, si distinguono fra le oltre settemila grotte della Slovenia per la grandezza delle sale e della gola sotterranea. Si articolano infatti, in maniera a dir poco eccezionale, in undici stanze (undici grotte collegate le une alle altre), doline, ponti naturali ed inghiottitoi.

A partire dal 1986 sono entrate a far parte del patrimonio mondiale dell’UNESCO.

All’interno delle grotte, a cui si accede da una profonda dolina, si ammirano splendide stalattiti e stalagmiti dalle meravigliose forme e dai molteplici colori, cortine rocciose e le caratteristiche vaschette di concrezione. Ma a rendere il tutto ancora più interessante è la presenza del fiume Reka che, dopo avere dato origine al sistema di caverne così come oggi lo vediamo, continua a scorrere in un percorso sotterraneo, punto di forza della seconda parte della visita turistica alle grotte, reso ancor più emozionante dalla presenza di cascate e dal rimbombo delle rapide.

Nelle pozze e nei laghetti, dove l’acqua è calma, si ha invece il superbo spettacolo del riflesso delle formazioni ipogee.

Pirano (Slovenia)

Pirano, città dei sogni

Una delle città più fotogeniche del Mediterraneo ha mantenuto il suo fascino ineguagliabile. Entrate nella pittoresca Pirano, conoscete la sua ricca storia e cultura, ascoltate i racconti della nostra gente.

L’abbraccio del mare e la ricca storia, riflessa nell’architettura, disegnano scenari magici.

A Pirano avrete la sensazione di passeggiare dentro ad un quadro artistico. Sarete affascinati dagli stretti vicoli all’interno delle antiche mura della città. Sulla piazza centrale verrete accolti dalla statua del cittadino più famoso di Pirano – il celebre compositore e virtuoso violinista Giuseppe Tartini, che nacque proprio vicino ad essa. Sul molo potrete scorgere un pescatore che dispone la sua rete.

Poco prima del vostro arrivo al mercato ortofrutticolo di Pirano, la fruttivendola avrà portato dal suo orto i freschi frutti della terra. La gente del luogo, seduta a chiacchierare al suono delle onde in riva al mare, vi farà un cenno con la testa.

Il caffè, il pranzo o la cena gustati al suono del mare resteranno impressi nei vostri ricordi ancora per molto tempo.

La città vanta numerose istituzioni culturali e artistiche come il Teatro Tartini, le Gallerie costiere, il Museo Marittimo e l’Acquario. In occasione dell’annuale Ex-tempore si radunano numerosi artisti. Nel corso di tutto l’anno si tengono anche molti altri eventi culturali.

Alcuni eventi, soprattutto quelli tradizionali, sono legati alle nostre risorse e ai beni naturali. Ogni anno, in occasione della festa di San Giorgio, il santo patrono della città di Pirano, viene organizzata la Festa dei salinai per onorare il famoso sale delle saline di Sicciole.

In autunno, gli abitanti di Strugnano organizzano la Festa dei cachi …

Cenni storici

La località di Pirano viene citata per la prima volta dall’Anonimo Ravennate nel VII secolo, col nome di Piranòn (Πιρανὸν). Secondo la tradizione, Pirano sarebbe stata fondata, come Venezia, da profughi aquileiesi fuggiaschi di fronte agli Unni.

Conosciuta dai greci, la città venne incorporata allo stato romano insieme al resto dell’Istria nel II secolo a.C.. Dall’830 fino al 935, Pirano fu soggetta al Regno d’Italia, in seguito divenne possedimento bavarese assieme al Friuli, per passare nel 976 sotto la Carinzia: un dominio che durò fino al 1040.

I due secoli successivi furono caratterizzati dal graduale avvicinamento della cittadina alla Repubblica di Venezia prima con rapporti commerciali e diplomatici, poi mediante una vera e propria unione politica (nel 1283).

Ebbe così inizio il lungo sodalizio fra Pirano e la Serenissima, che ebbe termine solo con la caduta di quest’ultima nel 1797.

Circondata da possenti muraglie, Pirano resistette a vari assalti pirateschi o di vari nemici di Venezia, respingendo due assedi genovesi nel 1354 e nel 1379.

Una serie di epidemie colpì Pirano in questi secoli: l’ultima fu la grande pestilenza che nel 1558 ridusse di due terzi i suoi abitanti.

Allorché Trieste divenne il porto principale dei domini degli Asburgo, il declino di Venezia segnò anche il regresso dell’industria salinaria e per Pirano iniziò una lenta parabola discendente finché – dopo la caduta della Serenissima nel 1797 – passò all’Austria, salvo una breve parentesi napoleonica durante la quale fu sottomessa al distretto di Capodistria.

Nei primi decenni dell’Ottocento l’attività salinaria riprese l’antico vigore: Pirano divenne un porto succedaneo di Trieste, e fu in quel periodo che – verso Portorose – sorse il cantiere navale cittadino.

Città abitata in maniera quasi esclusiva da italiani, Pirano partecipò alle lotte fra italiani e slavi (sloveni e croati) per l’esercizio del potere nella penisola istriana, insorgendo nel 1894 contro l’imposizione di tabelle bilingui (italiano – slovene) da parte del governo austriaco.

Nella seconda metà del XIX secolo, Pirano risentì positivamente dei flussi turistici, che fecero della vicina Portorose uno dei luoghi di maggior richiamo dell’intero Impero Austroungarico.

Evacuata in parte durante la Grande Guerra, Pirano venne in seguito assegnata all’Italia.

Il periodo italiano non fu caratterizzato da particolari eventi.

Alla fine della seconda guerra mondiale, dopo l’occupazione tedesca, Pirano venne inserita nella zona-B del Territorio Libero di Trieste, soggetta all’amministrazione militare della Jugoslavia di Tito, conoscendo uno dei periodi più duri della propria storia.

Dal 1993 è gemellata, tra le altre, con Castel Goffredo.

Cosa vedere

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Duomo

Duomo di San Giorgio e battistero. Costruita nel corso dei XIV secolo, venne consacrata nel 1344. L’attuale aspetto barocco risale al restauro del 1637. Il campanile, ispirato a quello di Venezia dedicato a San Marco, fu terminato nel 1608, mentre l’attiguo battistero nel 1650. Importanti opere d’arte sono due statue di San Giorgio e due tele di Angelo De Coster raffiguranti “La Messa a Bolsena” ed ”Il miracolo di San Giorgio”. È possibile salire sul campanile per godere di una vista ancora migliore sul paese.

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Chiesa della Beata Vergine

Chiesa della Beata Vergine. Risalente al 1439 era un tempo dedicata a San Michele. L’attuale aspetto barocco risale al restauro del diciassettesimo secolo. Importanti sono quattro affreschi raffiguranti “Le storie di Sant’Agostino” eseguiti da G. Angeli della scuola del Tiepolo.

Chiesa della Madonna della Neve.

Chiesa di San Francesco. Pinacoteca: d’estate ogni giorno dalle 9 alle 12 e dalle 17 alle 20, resto dell’anno: previo appuntamento. Situata accanto al convento dei frati minori, fu costruita nel 1301. L’attuale interno risale al XVII secolo, mentre l’esterno al XIX secolo. L’opera più famosa opera d’arte che era conservata in questa chiesa era di Vittore Carpaccio: “La Madonna con bambino, due angeli musicanti e santi”, portata in Italia nel 1940. La chiesa contiene importanti capolavori come l’ovale del Cristo e la Samaritana di Gregorio Lazzarini, L’ultima cena, i dipinti dei papi Alessandro V e Gregorio II, di santa Maddalena, di san Giovanni Nepomuceno e di san Pietro e san Paolo. Il convento possiede un bel chiostro e al piano terra è stata allestita una pinacoteca con quattordici opere di pittori veneziani.

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Vista su piazza Tartini dal duomo

Piazza Tartini. Un tempo fuori dalle mura della città e adibita a porto minore per i pescherecci piranesi, crebbe d’importanza con la costruzione del Palazzo comunale, in stile neorinascimentale, progettato e costruito dall’architetto triestino Giovanni Righetti. L’ellisse bianca al centro della piazza, costruita per celebrare il trecentesimo anniversario della nascita di Tartini, riprende la forma che avevano le rotaie del tram elettrico che una volta collegava la città con Portorose. Al centro della piazza si trova un monumento dedicato a Tartini in occasione del duecentesimo anniversario della sua nascita.

Piazza Primo Maggio. Centro della vita di Pirano fino al XII secolo, su questa piazza si teneva il mercato e si affacciava l’antico palazzo comunale. 

Le mura della città. Le prime mura risalgono al VII secolo e nel corso degli anni, di pari passo all’ampliamento del paese, si sono ampliate, fino ad arrivare, nel XVI secolo, alla costruzione di una terza cinta muraria. La cinta muraria oggi esistente fu edificata tra il 1470 ed il 1534, disponeva di otto torrioni di difesa.

10/11 GIUGNO

Spello (PG)

Le Infiorate di Spello (PG)

Le Infiorate, famose in Italia e nel mondo, si tengono ogni anno a Spello in occasione della festa religiosa del “Corpus Domini”, una delle principali solennità dell’anno liturgico della Chiesa cattolica, molto sentita a livello popolare.

Le piazze, i vicoli e le stradine di Spello diventano un vero e proprio tripudio di profumi e colori con circa 1.500 metri di “tappeti floreali” allestiti dai maestri infioratori spellani, realizzati mediante l’accostamento di elementi vegetali e floreali con diverse gradazioni di colore.
I visitatori possono ammirare queste composizioni floreali seguendo dei percorsi predisposti tra i vicoli storici di Spello che è uno dei paesini più suggestivi di tutta l’Umbria nonchè uno dei Borghi più belli d’Italia.

Fornita da Tripadvisor

Le infiorate sono realizzate anche con la collaborazione degli abitanti del borgo e dei tanti turisti e visitatori che si recano a Spello per ammirarle. Si preparano le strade del borgo umbro allestendo sistemi di protezione.


Gli artisti ideano un tema, di norma a carattere religioso, le persone che aiutano “capano” ovvero staccano i petali dai singoli fiori e li ripongono dentro degli scatoloni. Successivamente saranno utilizzati dall’artista per creare le fantastiche e raffinate sfumature di colore del disegno. Le infiorate sono anche motivo di competizione tra le varie fazioni di Spello. Ogni infiorata, infatti, è sottoposta alla valutazione di una giuria che premierà le composizioni migliori.

Il lavoro inizia il sabato pomeriggio e continua ininterrottamente fino alla completa realizzazione dell’opera floreale che generalmente viene terminata entro le prime ore della domenica mattina. Una volta rimosse le protezioni, le strade di Spello sono pronte per accogliere il passaggio del Sacro Corteo guidato dal Vescovo.

Tutte le opere vanno ammirate durante la preparazione oppure la domenica mattina presto in quanto, dopo il passaggio del vescovo e dei fedeli, non rimarrà alcun disegno. Successivamente saranno utilizzati dall’artista per creare le fantastiche e raffinate sfumature di colore del disegno

Fornita da Tripadvisor

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7/8 LUGLIO

Castelluccio di Norcia (PG)

Tra fine maggio e la metà di luglio, l’altopiano di Castelluccio è testimone di un evento di particolare importanza, la Fioritura. Per diverse settimane la monotonia cromatica del pascolo, viene spezzata da un mosaico di colori, con variazioni di toni che vanno dal giallo ocra al rosso.

Anche se la festa della Fioritura ricade, solitamente, nella terza e nell’ ultima domenica di Giugno, non esiste un preciso giorno per ammirare questo incantevole spettacolo. Ogni anno tutto è affidato all’andamento climatico della stagione.

Le specie floreali che tingono il Pian Grande e il Pian Perduto in questo periodo, sono innumerevoli, camminando lungo i sentieri possiamo incontrare: genzianelle, narcisi, violette, papaveri, ranuncoli, asfodeli, viola Eugeniae, trifogli, acetoselle e tant’altro.

Ogni anno madre natura rinnova lo spettacolo della Fiorita a Castelluccio di Norcia. Più appropriato è parlare di fioritura dell’altopiano di Castelluccio, infatti l’intero altopiano è coinvolto da questo spettacolo naturale unico.

L’altopiano inizia a tingersi di colore con la fioritura spontanea, sicuramente la più bella, purtroppo la meno conosciuta, tutta la zona dei Mergani ed oltre si riempie di fiori spontanei, qui interviene solo la natura, che ogni anno rinnova le specie presenti.

La fioritura spontanea può risultare, a prima impressione, meno impattante se paragonata alla fioritura dei campi coltivati, ma basta inoltrarsi sul sentiero che porta ai Mergani, e si capisce immediatamente quanto sia stupenda e inebriante, colori, luci, profumi incredibili ti avvolgono si vorrebbe rimaner lì per sempre.

Secondo il periodo di semina, la semina inizia allo sciogliersi delle nevi, inizia la fioritura dei campi coltivati, o fioritura del colle, nei campi le piante che vivono in simbiosi con la lenticchia si sviluppano ognuna con i suoi distinti tempi, facendo mutare continuamente i colori degli appezzamenti.

I campi non seminati a lenticchia spezzano stupendamente l’armonia dei colori, con strisce verdi brillanti per il grano, viola tenue per la lupinella, e ben lo sanno gli agricoltori di Castelluccio che ogni anno cercano, nelle possibilità del ciclo dei campi, di disegnare ulteriormente il quadro della fioritura.

Il Pian perduto e parte dei colli alti e bassi sono anch’essi seminati ogni anno, dato che solitamente la neve si scioglie tardivamente, anche la fioritura in questa zona è posteriore alla fioritura del colle, basta superare Castelluccio in direzione Visso e si entra in un altro mondo di colori incredibili, dati i moltissimi sentieri che si snodano in questa area si può godere veramente appieno della bellezza di questa fioritura.

Fioritura di Castelluccio di Norcia: quando e dove andare. Guida alla ...
La Fiorita di Castelluccio di Norcia al "Rural Inspiration Award" 2021 ...
Risultato immagine per Fioritura Di Castelluccio
Fioritura Castelluccio la Fioritura di Castelluccio di Norcia ogni anno ...
La Fiorita: la stupenda fioritura di Castelluccio di Norcia

28-29-30 LUGLIO

Cuorgnè (TO) e Valli del Canavese                            

Panorama di Cuorgnè (TO)

“Il Pranzo del Re” nelle via cittadine di Cuorgnè (TO)

 

 

Cuorgnè (TO)

Un po’ di Storia

L’origine di Cuorgnè è antica. Nei suoi pressi esisteva l’insediamento di “Canava” (dal celtico Knappe o Canaba, forse della tribù dei Salassi, e dal latino Cohors Canava, da cui deriva il toponimo “Canavese“), scomparsa verso il 1030 in seguito ad una piena del torrente Orco. Le subentrarono gli insediamenti di Cuorgnè, Castellamonte e Valperga.

L’origine del nome Cuorgnè non è chiara. Si è ipotizzato derivi dal latino Cornu Nictatio, o Corniatu (luogo dove si suonava il corno d’allarme), ovvero dall’antico proprietario romano Coroniacus, oppure ancora da Cornai (luogo ricco di corniolo). In un racconto popolare si parla di una corsa di porci durante la quale i proprietari delle bestie li incitavano urlando: “Cur! Cur!” (“Corri! Corri!”) ai quali gli animali rispondevano grugnendo “Gnè! Gnè!”.

Cuorgnè sorse in posizione strategica, allo sbocco di una valle, prima come sede invernale di pastorizia, poi come base militare ed infine come centro di scambio commerciale dei prodotti della pianura con quelli delle valli alpine retrostanti.

Durante la dominazione romana la regione di Cuorgnè apparteneva al municipium di Julia Augusta Taurinorum, l’odierna Torino.

Nel medioevo i primi signori si dissero discendenti del re Arduino d’Ivrea. Nell’alto medioevo Cuorgnè appartenne ai conti di Valperga. Sono documentate lotte fra famiglie nobiliari locali per il dominio sul territorio e continue scorrerie di eserciti mercenari. Questi determinano la grande rivolta popolare denominata del Tuchinaggio (13861391), trasformata poi in guerra civile, e alla quale pose termine Amedeo VII di Savoia, il Conte Rosso, che assediò e conquistò Cuorgnè, imponendo la rappacificazione. Da quell’epoca il centro segue le vicende sabaude. Cuorgnè divenne un importante centro commerciale, punto di incontro tra pianura e montagna.

Nella regione passarono e lasciarono il segno truppe francesi, spagnole, austriache, mercenarie, come pure compagnie di briganti. La peste del 1630 fece in Cuorgnè più di 600 vittime.

Negli anni della rivoluzione francese a Cuorgnè si piantò l’albero della libertà e la città dovette fornire due compagnie all’esercito napoleonico, afflitto, per altro, dalla diserzione che ingrossava le file dell’esercito popolare e che diede vita alla “rivolta degli zoccoli“.

Restaurata la monarchia sabauda, Vittorio Emanuele I stanziò a Cuorgnè un distaccamento di carabinieri reali (arma da lui fondata nel 1814), testimonianza questa dell’importanza data alla città. Nel 1878 vi fu costruita la caserma degli alpini, presenti in città fino all’ultimo dopoguerra.

Cuorgnè partecipò al Risorgimento e al movimento garibaldino, nel quale si misero in evidenza i fratelli Pinelli e il magistrato Giuseppe Ghiglieri. Nel corso del XIX secolo si sviluppò anche a Cuorgnè il movimento delle cooperative, con la Società di mutuo soccorso (1853), che diede origine a magazzini, negozi, forni, cantine, scuole e biblioteca, contribuendo alla diffusione della cultura popolare.

Fu insignita dello status di città nel 1932. La prima guerra mondiale comportò per Cuorgnè 87 caduti. Con l’arrivo del Fascismo, nell’ottobre 1922, due giorni dopo la marcia su Roma un artigiano, Giorgio Rebuffo, venne ucciso sulla porta della locale Società di mutuo soccorso. Nel 1940 molti giovani vennero arruolati quali meccanici sulle navi da guerra e molti di essi caddero in combattimento.

La partecipazione alla guerra di liberazione è massiccia e molti sono i caduti, vittime delle rappresaglie, sino alla fucilazione di cinque cittadini il 1º maggio 1945. Il gonfalone cittadino è decorato di medaglia d’argento al valor militare.

Nel dopoguerra la manifattura tessile tornò alla piena attività e raggiunse un alto livello occupazionale. Negli ultimi anni, però, la crisi tessile ha portato alla necessità di riqualificazione della mano d’opera.

Monumenti e luoghi d’interesse

Il centro storico presenta ancora oggi un tipico aspetto medievale. Via Arduino rappresentava il centro commerciale dell’antico borgo medioevale di Cuorgnè, il cui ingresso era un tempo difeso da una torre con fossato e ponte levatoio oggi scomparsi. I portici meglio conservati sono situati sulla sinistra della via, con caratteristici archi slargati e numerose botole che danno accesso a piccole cantine, utilizzate un tempo quali magazzini.Superata Piazza Boetto, si incontra un bel soffitto a cassettoni e, subito dopo, un palazzotto nobiliare forse del XIV secolo, impropriamente detto Casa di Re Arduino, sebbene successivo all’epoca in cui era vissuto il re. Il palazzotto presenta arcate di tipo gotico, abbellite con decorazioni floreali (prese anche a modello dal D’Andrade per il borgo medioevale di Torino del Valentino) e con porte e finestre decorate da fregi in cotto. Tutto il traffico proveniente dalla pianura e diretto alle alte valli entrava in Cuorgné dalla porta del Borgo posta all’imbocco di via Arduino, percorreva la via del Borgo e la via di Rivassola ed usciva da questa porta, verso Campore e Pont.

Il centro storico è sovrastato da due caratteristiche torri simbolo di Cuorgné: la torre rotonda, detta di Carlevato, risalente probabilmente al 1200 e parte di un più vasto castello, e la torre quadrata, detta dell’Orologio (di origine trecentesca), costruita in opposizione alla vicina torre tonda. Ceduta nel 1400 dai Valperga al Comune divenne torre di vedetta e poi torre campanaria, con rimaneggiamenti settecenteschi che portarono la sommità della torre alla forma attuale.

La torre di Carlevato e la torre dell’Orologio

Osservando la pianta del borgo si possono riconoscere facilmente nel tessuto urbano verso oriente i bastioni di difesa, d’epoca medievale, che circondavano tutto il centro storico. Lungo la bastionata corre ancora la strada periferica interna alle mura, la cosiddetta “Cursera”, dalla quale si diramano i camminamenti pedonali. Essendo stata Cuorgnè in passato sede di amministrazione della giustizia, le sentenze capitali venivano eseguite sotto i bastioni, nel largo ancora oggi denominato “Rondò della forca”.

La chiesa di San Giovanni e la chiesa parrocchiale

La chiesa di San Giovanni, al centro del Borgo antico (l’attuale via Arduino), era la chiesa della Confraternita della Misericordia, dedicata a San Giovanni Decollato. La Confraternita in onore di questo santo assisteva i condannati a morte e ne accompagnava la salma in chiesa; possedeva inoltre l’importante privilegio di poter liberare ogni anno un condannato a morte. Le opere d’arte principali di questa chiesa sono i sette grandi quadri su tela, dipinti nel 1742 dal pittore Luca Rossetti da Orta. Tutte le tele rappresentano scene della vita del santo titolare della chiesa: due gruppi di tre sono a fianco dell’altare maggiore, mentre nella posizione d’onore dietro all’altare vi è la raffigurazione più importante: il martirio di San Giovanni.[2]

Secondo la tradizione la prima parrocchia cuorgnatese, già dedicata a San Dalmazzo, secondo un documento del 1154, risalirebbe all’epoca di Sant’ Eusebio. La chiesa fu ristrutturata nel 1472 e diventando insufficiente di posti, nel 1575 si decise di ricostruirla cambiando l’orientamento come è visibile oggi. La nuova struttura, terminata nel 1592, fu progettata a tre navate divise da otto colonne, nel 1º settembre del 1804 crollò all’improvviso un pilastro della chiesa compromettendo la stabilità della parrocchia. Si decise così di ricostruire interamente una nuova chiesa, che fu inaugurata nel 1810. La chiesa parrocchiale di San Dalmazzo, si presenta oggi nella sua struttura ottocentesca, nel 1825 fu costruita una cappella-santuario dove, il 19 agosto, fu trasferito il miracoloso affresco bizantino della Nostra Signora di Rivassola, che secondo la tradizione fu copiata da una pergamena portata in paese nel 903 da Costantinopoli, copia di un ritratto dal vero della Madonna eseguito dall’evangelista San Luca. Tramite Breve del 2 dicembre 1825, il Papa Leone XII concedette alla chiesa l’Indulgenza plenaria.

Le decorazioni interne sono opera dei pittore Paolo Beroggio e gli affreschi della volta del pittore Nicola Fava nel 1904. Le tele dell’altar maggiore, con il martirio di san Dalmazzo, e dell’altare del Rosario alla navata sinistra sono opera del pittore Giovanni Comandù (1814). Da notarsi ancora il grandioso organo sopra al portale, dotato di trenta registri, opera dell’organista Carlo Vegezzi Bossi (1894) recentemente restaurato.[5]

 

La chiesa della SS. Trinità

A breve distanza dalla parrocchia dedicata a san Dalmazzo, sorge la chiesa della Santissima Trinità, la quale si presume che in principio fosse un oratorio con annesso ospizio per i pellegrini, costruito a partire dal 1510 dai frati minori francescani. Questi nel 1581 lo cedettero alla Confraternita della SS. Trinità, istituita a Cuorgnè nel 1535. Grazie al livello sociale degli aderenti, quasi tutti nobili o comunque persone di prestigio, ed ai numerosissimi lasciti e donazioni anche di notevole valore, la Confraternita giunse ad avere una notevole ricchezza. Successivamente, nel 1582 Bernardino Bossetto, rettore della Confraternita firmò una convenzione con il “maestro” Giovanni Cernese da Lugano, residente a Valperga, per l’erezione della chiesa. La facciata della chiesa venne terminata nel 1637 da “mastro Bernardino Somacio” di Lugano; altri luganesi, Carlo e Antonio Scala, costruiscono nel 1663 la cappella di destra, dedicata al Santissimo Sudario. Nel 1674 compaiono pagamenti al pittore Giacomo Riva Berta per alcuni quadri all’interno dell’edificio. Fra le opere artistiche presenti all’interno della chiesa merita particolare attenzione la grandiosa ancóna in legno dell’altare maggiore: un solenne apparato decorativo, con statue di santi e di angeli, disposti a corona intorno ad un gruppo centrale raffigurante il Padre ed il Figlio che incoronano la SS. Vergine. Si tratta di un’opera eseguita da Pietro Antonio Perucca da Valperga nel 1691. Scioltasi la Confraternita, la chiesa venne chiusa al pubblico nel 1895. Considerato il notevole interesse artistico, nel 1984 il comune ne divenne proprietario ed avviò una serie di lavori di restauro per riutilizzare la chiesa a fini culturali riconvertendola in centro multimediale e sala conferenze.[6]

 

Il palazzo comunale ed il teatro

L’edificio del Palazzo Comunale di Cuorgnè venne costruito agli inizi del 1600 dalle Monache benedettine che, costrette ad abbandonare Belmonte a seguito dei decreti del Concilio di Trento, vollero edificare a Cuorgnè il loro convento. Del convento la costruzione conserva ancora la struttura originaria, come il bel cortile interno porticato nel quale sono ancora agevolmente riconoscibili gli elementi del chiostro conventuale. Dal lato settentrionale si erge l’edificio della Chiesa, attuale teatro comunale, di dimensioni relativamente ridotte perché riservato alla comunità religiosa, con coro e Parlatorio; dal lato opposto si aprivano i locali destinati al refettorio e alle cucine. Un’ampia galleria coperta corre al di sopra del chiostro, permettendo l’accesso alla sala capitolare e alle stanze. Soppressi gli ordini religiosi, il Comune nel 1802 prese possesso dello stabile destinandolo a propria sede.

Nel vasto locale della chiesa si decise nel 1860 di trasferire il teatro comunale; il progetto di ristrutturazione venne redatto nel 1865 dall’architetto ing. Pier Giuseppe Zerboglio di Cuorgnè ed il teatro venne ultimato l’anno seguente. Ne disegnarono le scene ed i fondali alcuni artisti che in quell’epoca erano soliti trascorrere il periodo estivo nel vicino paese di Rivara e che proprio da questa cittadina traggono il nome di “scuola di Rivara”. In particolare lo scenario con Cuorgnè visto dal vecchio ponte sull’Orco è opera del loro caposcuola: Carlo Pittara. Gli ornati sono opera di Giacomo Rossi da Lugano e del torinese Giuseppe Ceva, le decorazioni e le parti dorate del torinese Vincenzo Ruffino, le figure vennero eseguite da Luigi Crosio di Acqui. Gestito direttamente dal comune fino al 1919, in tale anno fu dato in affitto ai privati, che vi impiantarono il cinema comunale, una delle prime sale cinematografiche in Canavese; gli arredi di scena ed i fondali andarono in gran parte distrutti. Tornati liberi i locali intorno al 1970 furono restaurati dalla Pro Loco cuorgnatese. Venne riaperto al pubblico nel 1976, per essere nuovamente chiuso nel febbraio 1983. Da allora ospita solo più mostre temporanee nella platea.

L’antico ponte sull’Orco

Le arcate del Ponte vecchio

A Cuorgnè si trovano ancora quattro arcate di un antico ponte sul torrente Orco. Il borgo nel medioevo costituiva un importante centro commerciale della zona; e gran parte della sua importanza era legata alla presenza del ponte, per lungo tempo unico collegamento carraio con le valli Orco, Soana e Sacra. I mercanti che da Ivrea si recavano ad Avigliana e ai colli della Valle di Susa, quando i guadi più in basso non erano praticabili, dovevano per forza passare dal ponte. Per usufruire del passaggio, si doveva pagare un pedaggio, infatti la zona si chiama tuttora Il pedaggio. L’Orco non era ancora imbrigliato e povero di acqua come ai tempi attuali e la sua furia era veramente pericolosa. Cuorgnè per tutto il periodo della sua storia condusse sempre una lotta strenua con il fiume per tenere efficiente questo ponte, che era di vitale importanza per l’economia della comunità. L’insicurezza e la precarietà del ponte spinsero i cuorgnatesi nel 1464 a decidere di costruirlo in modo più duraturo, sul sito dell’attuale Ponte Vecchio: i lavori vennero affidati nel 1469 a Giovanni di Piacenza. È solo alla fine del 1600 che si prende in considerazione l’idea di una costruzione con arcate in pietra: il 7 maggio 1686 Gio Antonio Ratio riceve l’incarico di ricostruire alcuni pilastri, fatti a sei facciate idonei per appoggiarvi archi in muratura. Nel 1703 viene costruita la testata del ponte verso Cuorgné con relativo terrapieno, ad opera di Pietro Zerboglio, Gio Francesco Maglietto e Lorenzo Canale; nel 1780 una piena asportò gli archi centrali che vennero ricostruiti con semplici pilastri collegati da travature. Siccome il fiume spostava con frequenza il suo letto il ponte giunse ad avere tredici arcate in pietra e calce. Le furibonde piene del 1845 1846 asportarono tutte le arcate verso Salto: si decise allora di ricostruirlo un centinaio di metri più a valle proteggendolo con muraglioni laterali. Il nuovo ponte, che ancor oggi regge degnamente alle piene, venne iniziato nel 1850 su progetto dell’ingegner Edoardo Capello.

La Manifattura

Facciata della Manifattura di Cuorgnè

Importante esempio di archeologia industriale è la “Manifattura cuorgnatese”, un grosso complesso industriale per la lavorazione del cotone che sorge tra il centro abitato di Cuorgnè e il torrente Orco. I lavori per la costruzione della Manifattura iniziarono nel 1872 su progetto dell’ing. Adolf Mauke di Napoli, e terminarono nel giugno 1874. Il progetto è caratteristico perché per la prima volta in edifici destinati a questo tipo di lavorazioni viene concepita una struttura verticale: all’epoca, non esistendo ancora la corrente elettrica, tutta la forza motrice delle macchine era fornita da ruote idrauliche per cui era più agevole disporre gli impianti su strutture orizzontali. Qui invece abbiamo un asse rotante principale orizzontale nelle fondamenta che rinvia il moto ai piani sovrastanti con assi verticali e pulegge. Terminato il primo impianto, si diede inizio alla costruzione di un secondo impianto con relativa filatura, completando la caratteristica struttura ad U con un corpo centrale e due ali laterali. La Manifattura di Cuorgnè divenne il maggior complesso piemontese per la lavorazione del cotone ed uno dei principali d’Italia con i suoi 1300 dipendenti ed una produzione di altissima qualità su tutte le gamme dei filati da meritarsi i più importanti riconoscimenti internazionali. All’inizio del 1900 la Manifattura è la maggiore industria dell’Alto Canavese con rilevanti investimenti anche nel campo sociale come un quartiere operaio, la mensa, lo spaccio, un convitto femminile e una casa di riposo per anziani, oltre alle ville per i dirigenti una delle quali recentemente adattata a centro anziani comunale. Nel 1939 viene inaugurato un nuovo edificio di tre piani, il terzo impianto, prolungato nel 1949-50 fino a raggiungere una lunghezza complessiva di 140 metri. La recente crisi della lavorazione del cotone viene, nel caso di Cuorgnè, aggravata da passaggi a compagnie finanziarie che conducono alla chiusura degli impianti alla fine del 1991.[9] L’impianto ottocentesco è stato oggetto di recupero da parte del Comune che nel 1997 è riuscito ad acquistarlo per avviare successivamente dei lavori di restauro e valorizzazione dell’impianto. L’ultimazione dell’attività di recupero offre oggi alcune possibilità di rifondazione e rilancio degli spazi del complesso, dove ora trovano spazio la sede del Museo archeologico del Canavese, alcune sale espositive per convegni e fiere e gli uffici del Centro per l’impiego della Provincia.

La Casa della Musica e i monumenti ai caduti

Un edificio caratteristico che merita una breve digressione è quella della Casa della Musica, a pochi passi da Piazza d’Armi. L’edificio è la sede della prestigiosa Accademia Filarmonica dei Concordi, una delle più antiche del Piemonte, attiva già nel 1773 e formalmente approvata nel 1787, che ottenne numerosi ed importanti riconoscimenti ufficiali. La casa fu costruita originariamente come cabina elettrica per la filovia Ivrea-Cuorgnè; nel 1932 concessa dal Comune all’Accademia Filarmonica venne ampliata e trasformata per adattarla alle nuove esigenze con un alloggio al piano superiore per il maestro. Sulla facciata si notano il bel decoro con la scritta originariamente fiancheggiata dai fasci littori, le sagomature delle facciate, il tetto con i caratteristici camini.

Subito davanti alla Casa della Musica è presente un monumento ai caduti fuso nel 1922 dallo scultore Gaetano Orsolini collaboratore di Leonardo Bistolfi. Da ricordare anche il monumento ai caduti partigiani della II guerra mondiale realizzato da Umberto Mastroianni presente in Piazza Morgando, di fronte al Palazzo comunale.

In località Piova, nel territorio della vicina Spineto si può ammirare un altro ponte romanico sul torrente Piova, in prossimità della sua confluenza con l’Orco. Realizzato in pietra ad una sola arcata verso il 1300, il ponte costituiva l’antico collegamento tra gli abitanti delle Valli Orco e Soana con Castellamonte e l’Eporediese. Nonostante la scarsa manutenzione ed il degrado, l’antico manufatto ha resistito per secoli all’incuria del tempo. Oggi invaso da erbacce, ne viene vietato l’accesso perché privo di sponde, diventando potenzialmente pericoloso per chi vuol salirci sopra, anche solo per guardare il torrente sottostante.

A Valpega, altro comune a pochi chilometri da Cuorgnè si trova il Sacro Monte di Belmonte. Nel 2003, insieme ad altri sei “sacri monti” piemontesi, il complesso monumentale è stato inserito dall’UNESCO nella lista dei patrimoni dell’umanità. La sua costruzione si deve a Michelangelo da Montiglio, frate minore osservante e si protrasse, a partire dal 1712, con interruzioni, sino al 1825.

 

 

Il Canavese

Armonia tra uomo e natura

Vogliamo invitarvi a scoprire le Valli del Canavese: dal Gran Paradiso alla Dora Baltea passando per l’Alto Canavese, la Valle Sacra e la Valchiusella. Il Parco nazionale più antico d’Italia, il patrimonio dell’umanità dell’Unesco del Sacro Monte di Belmonte, una natura incontaminata, storia, arte, cultura, tradizioni ed una enogastronomia di eccellenza.

Potete andare alla scoperta in questo sito dell’ospitalità, dei prodotti tipici, delle proposte di soggiorno turistico, delle mille attività che si possono svolgere nelle Valli del Canavese. Vi aspettiamo

Storia e cultura

La presenza dell’uomo su questo territorio è antichissima e ha lasciata tracce sin dalla preistoria, oggi raccolte nel Museo archeologico di Cuorgnè. Dapprima popolato da popolazioni celtiche e poi colonizzato dai romani e successivamente dai Longobardi, che ebbero un importante insediamento a Belmonte, il territorio è profondamente legato al Medioevo e alla figura storica del Marchese Arduino d’Ivrea, avverso ai vescovi conti e scomunicato, incoronato Re d’Italia nel 1002, uscito vincitore dall’assedio dell’esercito imperiale presso la Rocca di Sparone e infine ritiratosi a finire i suoi giorni in odore di santità presso l’Abbazia di Fruttuaria.  

Numerose sono le tracce del periodo medievale che si possono vedere sul territorio, dai castelli, in parte oggi rimaneggiati in forma di villa (come a Rivara, Castellamonte, Valperga e Pecco), alle torri (a Pont Canavese si fronteggiano la Ferranda, oggi museo del territorio, e la Tellaria; a Cuorgnè la torre tonda e quella quadrata; ma vanno ricordate anche la Torre Cives di Vidracco e quella di Colleretto Castelnuovo, resto dell’antico castello).

Prospetto principale del castello ducale di Agliè

       

Castello Ducale di Agliè

Pavone Canavese

Tipiche del territorio le numerose caseforti sorte in area alpina, spesso raggiungibili con brevi passeggiate (Onsino di Sparone, Cà del Cont a Frassinetto, Pianit di Locana, Servino a Ronco, Pertia a Ribordone), a Carema la casaforte ospita ovviamente una cantina…

Numerosi centri storici del territorio mostrano tracce medievali come ad esempio Cuorgnè, Levone, Sparone, Pont Canavese e la borgata Chiapinetto di Frassinetto. La passione per il Medioevo si concretizza anche in numerose rievocazioni storiche, dal Torneo di Maggio alla corte di Re Arduino a Cuorgnè alla rievocazione dell’assedio alla Rocca di Sparone, senza dimenticare la rievocazione dedicata ad Adelaide di Susa a Canischio e lo Storico Carnevale di Castellamonte che rievoca alcuni momenti del tuchinaggio, rivolta popolare trecentesca.

Un altro periodo storico importante per il turismo del territorio è stato il periodo ottocentesco delle “cacce reali” e della presenza dei Savoia e della nobiltà torinese sul territorio e in particolare a Ceresole, che assunse quindi l’appellativo di Reale. Rimangono testimonianze dei vecchi tempi gloriosi nelle ville intorno al lago, nell’antica stazione termale alle Fonti Minerali e nel Grand hotel dove Carducci compose l’Ode al Piemonte e che è oggi tornato ad ospitare i turisti e ospita la sede del nostro Consorzio.

Tra i beni storico culturali di carattere artistico religioso da visitare vanno senza dubbio segnalati innanzitutto il Battistero e la Pieve di San Lorenzo a Settimo Vittone, con il magnifico ciclo di affreschi, l’incompiuta Rotonda Antonelliana a Castellamonte, la  piccola e antica Santa Maria di Doblazio a Pont Canavese e la già citata Rocca di Sparone con la chiesa di Santa Croce. Numerose le chiese che conservano affreschi minori, spesso di età quattrocentesca come la Madonna del Carmine a Prascorsano, la cappella di San Giacomo a Borgiallo, la cappella di San Grato a Canischio, la cappella della Filassola a San Colombano Belmonte.

La parrocchiale di Frassinetto conserva invece opere dell’apprezzato pittore ottocentista Carlo Bonatto Minella, al quale è dedicata anche una piccola pinacoteca.

Numerosi i Santuari testimoni di eventi miracolosi, tra i quali ricordiamo solamente: il Santuario di Prascondù a Ribordone, dove è presente anche un Museo della religiosità popolare, il Santuario di San Firmino a Pertusio, il Santuario di Santa Elisabetta a Colleretto Castelnuovo. Il Santuario di Belmonte con il suo Sacro Monte, patrimonio dell’umanità UNESCO, vale senz’altro una visita in quanto coniuga elementi di interesse artistico e storico (il percorso con le cappelle della Via Crucis sparse sulla collina, la quadreria con gli ex voto, il piccolo museo del santuario) con un paesaggio e una vista straordinaria.

Altri santuari popolari sono quelli di Piova, del Belice o dei Milani a Forno, di Sant’Anna dei Meinardi a Locana. Escursione devozionale molto praticata è quella al Santuario di San Besso, in Valle Soana, che si trova a circa duemila metri di quota e che avviene tutti gli anni il 10 agosto e il 1 dicembre, e raduna fedeli in pellegrinaggio dal Canavese e dalla Val d’Aosta.

Nell’area della Dora Baltea passa invece la Via Francigena, che fu, sin dall’alto Medioevo, l’itinerario seguito dai pellegrini di tutta l’Europa del centro nord per raggiungere Roma. Nel 990 la Via fu percorsa, annotata e descritta in 79 giorni dall’Arcivescovo Sigerico tornando a Canterbury da Roma, dopo l’investitura del pallio arcivescovile da parte di Papa Giovanni XV. Il suo diario è quindi la più autentica testimonianza del tracciato, che nel 2004 è stato dichiarato dal Consiglio d’Europa “Grande Itinerario Culturale Europeo” analogamente al Camino de Santiago L’Osteria la Sosta a Settimo Vittone, socia del Consorzio, è situata proprio in un antico “hospitale” della Via Francigena, ovvero un punto di sosta e ristoro dei pellegrini, come testimoniato anche dalla lapide di fondazione che risale all’894 dopo Cristo.

Sul territorio delle Valli del Canavese sono particolarmente importanti anche I Saperi del Fare ovvero tutti quegli elementi della cultura materiale e dell’artigianato tradizionale che rendono unico questo territorio.

Partiamo dalla tradizione di lavorazione della terracotta e della ceramica di Castellamonte, città che ospita numerose botteghe di artisti ceramisti, il Museo della Ceramica a Palazzo Botton, la casa museo della Famiglia Allaira e la Fornace Pagliero a Spineto. Proprio nell’edificio della Fornace che è visitabile e ospita esposizioni permanenti, si trova il ristorante nostro socio Peccati con gusto. A Castellamonte si svolge annualmente tra agosto e settembre la Mostra della Ceramica, mentre a Castelnuovo Nigra la via centrale ospita in modo permamente una esposizione di presepi di ceramica. Altra peculiarità del territorio è stata, sin dall’antichità, l’attività mineraria e la lavorazione dei metalli. In Valchiusella, a Traversella si possono visitare le antiche miniere, a Brosso l’ecomuseo della Brossasca e il museo mineralogico Cà ‘d Martolo, mentre nelle Valli Orco e Soana troviamo la lavorazione del rame, con l’ecomuseo di Alpette e la Fucina di Ronco.

I lavori nomadi tradizionali, la vita rurale e agrosilvopastorale che hanno caratterizzato questi territori hanno portato a una presenza diffusa sul territorio di ecomusei, piccoli musei etnografici, opifici  e mulini recuperati e trasformati in luogo di visita. Tra questi ricordiamo solamente l’Ecomuseo della castagna di Nomaglio, il Museo della vita alpina di Issiglio, il museo del territorio nella Torre Ferranda e il museo dei Canteir a Pont Canavese, il Museo Spaciafornel a Locana, la Misun ed Barba Censo a Ceresole. 

Natura

Certamente il trovatore provenzale Peire de Vidal che cantò di una “doussa terre de Canaves” rimase colpito dalla natura di queste valli, dal paesaggio che contempera una presenza umana armonica ed esprime una sua dolcezza particolare, dal verde dei colli e delle vigne e dagli orizzonti larghi della pianura, rassicurati dal profilo austero dei monti.

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Il sentiero dei vigneti di Carema

Nelle Valli del Canavese possiamo trovare, nelle selvagge terre alte, la natura incontaminata, la wilderness integrale, con una flora e una fauna unica, mentre a quote più basse possiamo scoprire a paesaggi dolci di verdi colline, intessute di vigne e di frutteti, punteggiate di boschi e paesi.

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La bella dormiente

Le Valli del Canavese ospitano il versante piemontese del Parco Nazionale Gran Paradiso, l’area protetta più antica d’Italia, istituita nel 1922 a proteggere i duemiladuecento ettari della riserva di caccia donata da re Vittorio Emanuele III allo Stato italiano. L’animale simbolo del Parco è lo stambecco, ma è davvero facile, specie se accompagnati da una guida esperta, avvistare anche camosci, marmotte, grandi rapaci come l’aquila e o il gipeto o scoprire la straordinaria biodiversità vegetazionale presente nel Parco. Nei boschi dei fondovalle gli alberi più frequenti sono i larici, misti agli abeti rossi, pini cembri e più raramente all’abete bianco. A mano a mano che si sale lungo i versanti gli alberi lasciano lo spazio ai vasti pascoli alpini, ricchi di fiori nella tarda primavera. Salendo ancora e fino ai 4061 metri del Gran Paradiso sono le rocce e i ghiacciai che caratterizzano il paesaggio. Una fittissima rete di sentieri segnalati consente escursioni per ogni tipo di esigenza.

La presenza del Parco Nazionale costituisce un motore attrattivo che richiama ogni anno un consistente numero di visitatori anche dall’estero.

Il Parco Nazionale Gran Paradiso possiede oggi una propria rete di strutture per l’accoglienza, l’informazione e la visita dei turisti: centri visitatori a Locana, Noasca, Ceresole e Ronco; segreteria turistica e centro di educazione ambientale a Noasca; sentieri natura a Noasca, Ceresole e Ronco; mostre sulla fauna, sulla cultura locale e sull’ambiente, edicole informative. Grazie a queste strutture si è organizzata col tempo una articolata offerta per il turismo scolastico e didattico ambientale che può utilizzare il territorio del Parco come un interessante laboratorio di ricerca e scoperta della biodiversità. Oltre ai programmi didattici dedicati alla flora e alla fauna vengono proposti anche itinerari e soggiorni dedicati alle energie rinnovabili e alla cultura popolare del territorio.

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Pian del Nivolet – Ceresole Reale

Non solo Parco, però: la qualità dell’ambiente naturale e la piacevolezza del paesaggio delle valli del Canavese, dall’Alto Canavese alla Valle Sacra, dalla Valchiusella alla Dora Baltea, grazie anche alla fitta rete di sentieri, viottoli e stradine, le rendono particolarmente adatte ad escursioni a piedi, in bicicletta e a cavallo, in specie per chi cerca il relax e un ambiente accogliente per praticare le proprie attività. E’ disponibile un carnet ricchissimo di escursioni in giornata o di trekking di più giorni che si possono percorrere in autonomia o accompagnati da guide e accompagnatori naturalistici. Vi consigliamo, per gustare appieno in sicurezza tutte le sfumature della vostra escursione di avvalervi delle guide convenzionate con il Consorzio che sapranno introdurvi ai segreti di questa terra. Servizi turistici (link) 

Sul territorio esiste anche un’altra area protetta, la Riserva Naturale del Sacro Monte di Belmonte, che possiede anche staordinari valori attrattivi dal punto di vista storico culturale e devozionale.

La riserva naturale è stata istituita dalla Regione Piemonte su parte del territorio di Cuorgnè, Pertusio, Prascorsano e Valperga, e comprende gran parte della collina di Belmonte, rilievo che sorge isolato all’imbocco della Valle dell’Orco, singolare affioramento granitico dalla cui sommità si domina la pianura, dalla serra d’Ivrea alle colline di Torino. Affioramenti di granito rosa si alternano a boschi costituiti da cedui di castagno, querce, castagni e betulle. Il granito rosso di Belmonte è una roccia soggetta ad una notevole alterazione di origine meteorica, tanto da formare dei depositi di fine ghiaia rossastra, sabbioni che si prestano facilmente all’erosione che incide i fianchi dell’altura e, soprattutto nel versante settentrionale, genera vallette calanchiformi localmente chiamate “sabbionere”, in cui la sabbia, a seconda delle località, assume una colorazione rossiccia, violetta o bianca. La vegetazione conserva alcune specie tipiche delle zone umide di una certa rarità, quali la felce reale o maggiore, la più grande felce rintracciabile in Piemonte, e la drosera, piccola pianta carnivora, alta pochi centimetri, con foglie irte di tentacoli sensoriali per la caccia di piccoli insetti. Un percorso tradizionale a piedi che coinvolge il parco di Belmonte (al di là di quello della Via Crucis che copre la sommità del Sacro Monte) è il cosiddetto Sentiero dei Tabernacoli, che da Valperga conduce al Santuario di Belmonte, così chiamato per la presenza lungo il percorso di piloni votivi dei 15 misteri del Rosario, che si percorre salendo in circa 40 minuti.

A proposito di relax, una parola va spesa sugli splendidi torrenti frequentati per il relax e la balneazione nel periodo estivo (Orco, Chiusella, Piova, Savenca) dotati spesso lungo le sponde di aree attrezzate per la sosta dei turisti.

15 AGOSTO – CANSIGLIO  (VENETO/FRIULI)

LA PIANA DEL CANSIGLIO

Posto sul confine delle province di Belluno, Pordenone e Treviso; si estende circa a 1000 mt slm. Offre doline, grotte e boschi di faggi e conifere attraversate da curati sentieri ideali per passeggiate non troppo impegnative.
La Piana del Cansiglio: percorsa da numerosi sentieri che attraversano il bosco presenta oltre alla superficie alberata degli estesi pascoli. A Pian del Cansiglio merita una visita il Giardino botanico alpino e il Museo ecologico Giovanni Zanardo che raccoglie animali imbalsamati.
Il Bus de la Lum: raggiungibile a piedi in circa 20 minuti dalla strada principale. E` una cavita profonda 225m ove i tedeschi gettavano i partigiani italiani.

Il Monte Pizzoc: ci si arriva imboccando una stradina sulla destra posta prima della Piana del Cansiglio. I paesaggi presentano per lo più pascoli e ci sono alcuni sentieri. Inoltre esiste una malga posta lungo la strada principale che vi permetterà di assaggiare i prodotti tipici

La Foresta del Cansiglio

La Foresta Demaniale Regionale del Cansiglio è un altopiano coperto da boschi di faggi e abeti secolari, con una superficie di circa 7.000 ettari, circondato da monti, che raggiungono la massima altezza nel Gruppo del Cavallo (msl. 2251),e che presenta al suo interno due vaste praterie a 1000 metri di quota, il Pian del Cansiglio e la Val Menera.

Il Cansiglio è una delle più belle Foreste europee di faggi e abeti e anche il regno incontrastato di tantissime specie animali quali il cervo, la lince, la volpe, il tasso, lo scoiattolo, l’aquila, il falco, il gallo cedrone, la pernice, la quaglia e il gufo. Si fanno anche vedere saltuariamente l’orso, il germano reale, l’oca selvatica e la cicogna.

LE GROTTE DEL CAGLIERON A FREGONA – Treviso

Sono situate in località Breda di Fregona, che è un centro interessante in virtù della grazia e delleleganza dei suoi palazzi e delle sue chiese, fra cui la seicentesca Villa Trojer-Salvador e la ricca Arcipretale, che conserva opere notevoli fra cui una pala di Francesco da Milano, un affresco del Bevilacqua e alcune tele di Tiziano. Il complesso delle grotte del Caglieron è costituito da una grotta naturale costellata da diverse cave. 

La cavità naturale è stata scavata dal torrente Caron, che la percorre con una serie di cascate e di marmitte. Sulle pareti della forra si aprono delle grandi cavità artificiali, ottenute con l’estrazione dell’arenaria, la tipica “pietra dolza ” (pietra tenera).L’attività estrattiva, che risale al 1500 e forse anche prima, forniva il materiale per la costruzione di stipiti, architravi. Le grotte del Caglieron si trovano per la maggior parte in una profonda forra incisa dall’omonimo torrente negli strati di arenarie, di marne e di rari conglomerati calcarei del Miocene medio. Dal parcheggio (appena superato il ponte) si scende lungo un largo sentiero fino a percorrere un tratto appena sopra alle acque correnti del torrente Caglieron; si passa poi a sinistra e davanti ad un ampio portale con le caratteristiche colonne inclinate che sostengono gli strati di arenaria formanti il soffitto. Poi da un rustico ponticello, che permette di superare il torrente, si può ammirare la forra naturale, la grande marmitta scavata dalle acque che precipitano passando proprio sotto al ponticello e poi a valle la parte naturale che costituisce la grotta vera e propria. Le cave sono visitabili anche senza torcia elettrica, non sono molto profonde e la luce che entra è sufficiente per permetterci di addentrarci un pò.

SORGENTI DEL GORGAZZO A PONCENIGO

Le sorgenti del Gorgazzo sono costituite da un laghetto dalle acque limpidissime, talmente limpide che è possibile scorgere sul fondo una statua di Cristo. In sé e per sé non ci sarebbe molto altro da vedere anche se si tratta di un luogo decisamente suggestivo e facilmente raggiungibile. Durante la visita suggerisco di proseguire l’escursione anche nell’abitato di Polcenigo, un’autentica perla sia dal punto di vista architettonico (per le tipiche case contadine di un tempo perfettamente conservate) e naturalistico.

L’atmosfera che si respira in quei luoghi è di pace e tranquillità, si ha l’impressione di essere in un mondo in cui lo scorrere del tempo è così lento da risultare superfluo. La sorgente del Gorgazzo, posta ad un’altitudine di circa 50 metri sul livello del mare, è situata nei pressi dell’omonima borgata, a circa un chilometro da Polcenigo. Le acque del Gorgazzo vedono la luce alla base sud orientale dell’altopiano del Cansiglio. La sorgente, chiamata anche “Buso”, si presenta come un’ampia e profonda pozza, nascosta tra alberi e rocce, alimentata da acque limpide e gelide che assumono la colorazione di un azzurro intenso con notevoli riflessi.

Nel 1877 il geografo Giovanni Marinelli compose un sonetto in cui descriveva lo specchio d’acqua del Gorgazzo come un “cielo liquido”:
« Prendete il colore dello smeraldo,
quello delle turchesi, quelli dei berilli,
gettateli in un bagno di lapislazzoli,
in modo che tutto si fonda
e ad un tempo conservi l’originalità sua propria,
ed avrete quella porzione di cielo liquido
che si chiama il Gorgazzo »
(Giovanni Marinelli, geografo, 1846-1900)

La grotta è costituita da una risorgiva, una delle più profonde mai esplorate al mondo e la seconda sorgente carsica a sifone più profonda in Europa dopo la Fonte di Valchiusa in Provenza. Nei pressi dell’imboccatura della cavità, a 9 metri di profondità, è stata posta la statua di un Cristo, che grazie alla eccezionale limpidezza delle acque e del fondo è perfettamente visibile all’esterno. Ogni anno per le festività natalizie, viene prima pulita la statua del cristo e successivamente allestito un presepio galleggiante. La notte della vigilia di Natale viene celebrata la Santa Messa e dopo la lettura della preghiera del sommozzatore viene deposta una coroncina votiva. Dalla sorgente, il torrente Gorgazzo si avvia verso il centro di Polcenigo che raggiunge dopo circa 1750 metri di tortuoso percorso. Qui dà vita ad una serie di piccole, ma caratteristiche cascate. Prosegue quindi il cammino e dopo ulteriori 1500 metri termina il suo breve percorso confluendo nel fiume Livenza, la cui sorgente è visibile in località Santissima, poco distante.

ORIGINE DELLE ACQUE

La ricerca sull’origine delle acque delle tre sorgenti del Livenza (Santissima, Gorgazzo e Molinetto) e una serie di ricerche geologiche che studiosi e speleologi di tutta Italia hanno effettuato in 16 anni ha portato ad un risultato. L’idrogeologa Valentina Vicenzi dell’Università di Ferrara ha svelato parte di quel percorso misterioso che le acque percorrono dalla piana del Cansiglio fino alle sorgenti polcenighesi del Livenza, risultato a cui si è giunti attraverso un lungo lavoro di rilevazione iniziato il 20 settembre 2008 (con le iniezioni di tracciante fluorescente che gli speleologi hanno effettuato dall’abisso del Col de la Rizza e dal Bus de la Genziana) e conclusosi l’anno successivo dopo più di un migliaio di campionamenti, con una cadenza di tre prelievi alla settimana e tre ‘stazioni” per ogni prelievo. I due traccianti utilizzati sono stati l’Uranina (iniettata nel Col de la Rizza) e il Tinopal (iniettato nel Bus de la Genziana), entrambi agenti chimici non tossici che possono essere rilevati anche diluiti nell’acqua fino a un miliardo di volte. Il fatto che solo l’Uranina sia stata riscontrata alla Santissima e al Molinetto porta alla conclusione che le acque del Bus de la Genziana non confluiscono in nessuna delle tre sorgenti polcenighesi, così come è stato appurato che né l’abisso del Col de la Rizza né il Bus de la Genziana portano le loro acque al Gorgazzo. L’ipotesi che Vicenzi ha avanzato è che le acque del Gorgazzo possano provenire dal Monte Cavallo.

LE IMMERSIONI

Le prime immersioni di cui si hanno notizie risalgono alla seconda metà degli anni ’60 e sono state effettuate dall’Associazione XXX Ottobre di Trieste, dal Gruppo Pordenonese Sommozzatori e dai sub della base USAF di Aviano.
Nel 1968 il Centro Italiano Soccorso Grotte di Udine raggiunse quota -80 metri.
Alla fine del 1972 un numeroso gruppo di subacquei appartenenti al Centro Italiano Soccorso Grotte ed al Circolo sommozzatori Proteus, entrambi di Treviso, iniziò in modo sistematico una serie di studi e rilievi. Le esplorazioni si conclusero nell’agosto del 1974 quando la squadra di punta, costituita da R. Carbonere e A. Fileccia, raggiunse la quota di -90 metri.
Successivamente sono stati effettuati dei rilievi da J. J. Bolanz, allora responsabile del Soccorso Speleo-sub Svizzero. Nel 1987 Bolanz raggiunse la profondità di 108 metri, nel 1988 i -117m e nel 1992 si spinse fino ai -131 m. Nell’autunno del 1995, un ennesimo incidente mortale spinse le autorità a chiudere, con un’ordinanza comunale, l’accesso alla sorgente. Attualmente le immersioni sono permesse alle condizioni stabilite nel regolamento allegato.

Nel 2008 lo speleonauta Luigi Casati raggiunse la profondità di -212 metri, limite finora imbattuto a causa della pericolosità e delle forti correnti interne. Al 2016 il Gorgazzo è sorgente italiana esplorata più in profondità.
http://www.prometeoricerche.eu/GIGI/Report/gorgazzo_2008.htm
Nel 2015, nel 2016 e nel 2017 Luigi Casati tenta di battere il suo record, purtroppo senza riuscirvi. Nell’ultima immersione, però a -100 metri ha scoperto una conca gigante che risale verso l’alto, sino a questo momento inesplorata, che apre nuovi scenari dal punto di vista geologico. http://www.prometeoricerche.eu/GIGI/Report/gorgazzo_2015.htm
http://messaggeroveneto.gelocal.it/pordenone/cronaca/2015/02/21/news/resta-inviolato-il-mistero-del-gorgazzo-1.10908326

ARTE
Le sorgenti del Gorgazzo sono un importante geosito del Friuli e i suoi colori straordinari ed unici hanno ispirato numerosi artisti, tra cui Luigi Nono, che nel 1872 dipinse “Le sorgenti del Gorgazzo”, uno dei suoi quadri più famosi, con cui l’anno successivo partecipò all’esposizione triennale dell’Accademia di Brera. L’opera venne poi acquistata dal veneziano Michelangelo Guggenheim.

6-10 SETTEMBRE

GALATINA (LE)